Dottoressa racconta la sua 'corsa' col paziente Covid
La passione per lo sport medicina comune contro il coronavirus
di Barbara Beccaria TORINO, 10 APR - "Era il mio primo giorno nel reparto di sub-intensiva Covid, ero bardata dalla testa ai piedi con la tuta anticontagio e appena sono entrata nella stanza del paziente di cui mi dovevo occupare, la mia attenzione è stata catturata da un paio di scarpe rosse, da running, le stesse che uso io, e ho subito provato qualcosa di forte, di empatico per quel paziente. Era uno come me, avevamo la stessa passione e stavamo giocando la stessa sfida, la stessa corsa, lui per salvarsi la vita, io per fare il mio mestiere fino in fondo e farlo uscire dal tunnel". A raccontare il suo primo impatto col coronavirus, nei podcast con cui gli ospedali di Humanitas danno voce "dal di dentro" a chi combatte il virus, è Chiara Ferrari, responsabile del reparto di Anestesia e Rianimazione dell'ospedale Humanitas-Gradenigo di Torino.
"Poteva sembrare difficile comunicare in quelle condizioni, io così bardata, lui con la testa coperta dal casco per la ventilazione - racconta Ferrari - ma ci restavano gli occhi, e con gli occhi e qualche parola abbiamo subito capito che eravamo della stessa 'razza', quella dei runner, degli umani che amano correre. In fondo stavamo facendo la stessa cosa io e lui, stavamo lottando per vincere una sfida, la nostra, lui la sua, io la mia, ma in realtà si assomigliavano, la vittoria era la vita. Eravamo due atleti sul campo di gara, io con il nome sulla tuta, lui sul braccialetto, che dovevamo correre per arrivare al traguardo - continua - lui per altro, atleta di Triatlon, addirittura un Iron Man, sapeva benissimo cosa vuol dire la fatica, cosa vuol dire trasformare la fatica e lo sforzo in opportunità, in vittoria".
In quella stanza, grazie alla comune passione per lo sport, tra la dottoressa e il paziente si è così instaurato un rapporto "pieno di fiducia e vitalità". "Forse perché avevamo le stesse scarpe - scherza - forse perché conoscevamo entrambi il sapore della fatica fisica mirata a raggiungere il traguardo. Eravamo li' uno di fronte all'altra, ognuno con i suoi pettorali e la sua corsa da compiere. Insieme. La lotta che stiamo facendo tutti sul pianeta a questo virus mortale - conclude Ferrari - rappresenta secondo me una grande opportunità, quella di recuperaci come essere umani, al di là dei ruoli che ricopriamo nella vita. Un' opportunità grandiosa che non possiamo perdere".
"Poteva sembrare difficile comunicare in quelle condizioni, io così bardata, lui con la testa coperta dal casco per la ventilazione - racconta Ferrari - ma ci restavano gli occhi, e con gli occhi e qualche parola abbiamo subito capito che eravamo della stessa 'razza', quella dei runner, degli umani che amano correre. In fondo stavamo facendo la stessa cosa io e lui, stavamo lottando per vincere una sfida, la nostra, lui la sua, io la mia, ma in realtà si assomigliavano, la vittoria era la vita. Eravamo due atleti sul campo di gara, io con il nome sulla tuta, lui sul braccialetto, che dovevamo correre per arrivare al traguardo - continua - lui per altro, atleta di Triatlon, addirittura un Iron Man, sapeva benissimo cosa vuol dire la fatica, cosa vuol dire trasformare la fatica e lo sforzo in opportunità, in vittoria".
In quella stanza, grazie alla comune passione per lo sport, tra la dottoressa e il paziente si è così instaurato un rapporto "pieno di fiducia e vitalità". "Forse perché avevamo le stesse scarpe - scherza - forse perché conoscevamo entrambi il sapore della fatica fisica mirata a raggiungere il traguardo. Eravamo li' uno di fronte all'altra, ognuno con i suoi pettorali e la sua corsa da compiere. Insieme. La lotta che stiamo facendo tutti sul pianeta a questo virus mortale - conclude Ferrari - rappresenta secondo me una grande opportunità, quella di recuperaci come essere umani, al di là dei ruoli che ricopriamo nella vita. Un' opportunità grandiosa che non possiamo perdere".

Nessun commento:
Posta un commento